Le ambientazioni di Leonardo tra Realismo e Simbolismo


Le ambientazioni o, con un termine che va di moda, le "locations" saranno oggetto di questa relazione partendo da una domanda legittima, soprattutto quando parleremo dell'Ultima Cena, e cioè: i luoghi descritti nei fondali di Leonardo esistono davvero oppure sono solo frutto della sua immaginazione?

In questo contributo cercherò di affrontare il tema di Leonardo tralasciando completamente i soggetti principali delle sue pitture: non descriverò quindi i personaggi e le storie che il grande artista ci ha tramandato, ma tutto ciò che sta dietro o attorno alla scena principale.

L'aspetto comune alle opere analizzate è il paesaggio che è sempre presente ed utilizzato soprattutto per connotare lo spazio, la profondità, ma anche le idee e le ricerche scientifiche di tipo geologico, idrologico e meteorologico e, in alcuni casi, anche il simbolismo religioso. Per Leonardo, quindi, il paesaggio è spesso inteso come risultato di una lunga e studiata riflessione artistica e scientifica.

Annunciazione

Il primo dipinto che osserviamo è L'Annunciazione custodito presso il museo degli Uffizi a Firenze.

Si hanno pochissime informazioni certe riguardo alle origini di quest'opera; forse una delle primissime committenze che Leonardo riuscì a guadagnarsi mentre era "a bottega" dal Verrocchio. Qui l'artista si allontanò consapevolmente dall'iconografia tradizionale del tema dell'Annunciazione ambientando la scena in un giardino all'esterno della casa della Vergine invece che nella consueta camera da letto di Maria. I particolari architettonici e la vegetazione del giardino aldilà del muretto portano l'osservatore a riconoscere un ambito toscano.

L'impostazione spaziale è data dalla prospettiva geometrica dell'edificio, del pavimento e del leggio e dal degradare progressivo dei colori, soprattutto nello sfondo: Leonardo, già in questa opera giovanile, si servì della prospettiva aerea che prevedeva una colorazione più tenue e sfumata per i particolari più lontani in cui i dettagli si confondono. Gli oggetti vicini, invece, sono raffigurati minuziosamente, con elevato contrasto nei colori per accentuarne la vicinanza.

La sua composizione sembra non avere limiti spaziali. L'orizzonte viene avvolto da una leggera foschia fino a svanire nell'indefinito. Gli elementi naturali, l'acqua, l'aria e la luce, si condensano e si mischiano avvolgendo le opere dell'uomo, i dolci colli e l'improvviso alzarsi di vette taglienti.

"E questi tali orizzonti fanno molto bel vedere in pittura. Vero è che si de' fare alcune montagne laterali con gradi di colori diminuiti, come richiede l'ordine della diminuzione de' colori nelle lunghe distanzie." Scriverà qualche decina d'anni più tardi nel suo "trattato della pittura" evidenziando quanto la pratica avesse anticipato la teoria.


sin
dx

La parte sinistra e la parte destra ritraggono luoghi diversi, lontani tra loro, ed avvalorano la teoria che a quest'opera abbiano contribuito altri allievi della scuola del Verrocchio. A destra è rappresentata una località portuale con un castello e un certo traffico di imbarcazioni. Secondo gli esperti di simbolismo religioso il luogo alluderebbe a Maria come porto presso cui trovano riparo coloro i quali durante la vita si smarriscono. Ma forse già l'esperienza geografica, seppur ancora limitata, del giovane Leonardo traspare e la località dipinta potrebbe essere La Spezia con il castello di San Giorgio ed il monte Castellana sullo sfondo allungato verso l'alto.

In quei tempi La Spezia era sotto il dominio Sforzesco quando Sarzana passò ai Medici e La Spezia diventò il confine meridionale dei possedimenti milanesi. L'11 marzo 1468 il capitano Johannes Advocatus informò il Duca di Milano che "tutti li cittadini de la Speza sono agitati et temono li fiorentini a Sarzana", questo nonostante l'alleanza che univa i due stati. E' possibile quindi che Leonardo abbia soggiornato a Sarzana e ne abbia riportato qualche suggestione nel suo dipinto.

Nell'immagine che segue, una stampa settecentesca del vicino Porto Venere e del monte Castellana ci ricorda lontanamente l'ambiente marino rappresentato nell'Annunciazione.

portovenere



 La "Madonna dei fusi", un dipinto di piccole dimensioni iniziato da Leonardo nella primavera del 1501.
In una lettera inviata ad Isabella d'Este e datata 14 aprile 1501, si comunicava che Leonardo stava eseguendo un "quadrettino" per il segretario del re di Francia
Florimond Robertret, che raffigurava la Vergine nell'atto di "inaspare i fusi" e il Bambino mentre afferra l'aspo come se fosse una croce.
Si nota chiaramente, in questo quadro, l'esperienza acquisita da Leonardo durante escursioni in alta quota: le montagne non sono dipinte piatte come in una scenografia teatrale, ma in una rappresentazione prospettica che ci permette di vedere anche cosa c'è dietro ad esse così come se ci si trovasse ad osservare il mondo da un punto di vista elevato, soprannaturale e certamente inconsueto in un periodo in cui le ascensioni in montagna erano molto lontane dall'esperienza comune.  

madonna dei fusi

In questo dipinto gli elementi topografici inseriti sono molto precisi, come se l'artista avesse voluto collocare l'opera in un luogo ben conosciuto. A sinistra della Vergine una strada a mezza costa continua su un ponte ad archi che attraversa un corso d'acqua. Il fiume, al termine della valle, sembra formare un lago oltre al quale sorgono varie catene montuose.
Sono elementi caratteristici del corso dell'Adda che lascia la Valtellina verso il Pian di Spagna. Il monte Legnone ed il lago di Como ed il ponte di Mantello (prima dell'alluvione del 1520 che cambiò il corso dell'Adda) sono a sinistra della Madonna, mentre a destra, sul pendio, la strada a mezza costa  che portava in val Chiavenna e le montagne  fra il lago e la la Svizzera. Ricordiamo che la Valtellina e la Valchiavenna hanno avuto il privilegio di essere descritte da Leonardo in varie righe di appunti. (Insolitamente perché in modo così dettagliato non descrive nessun'altro luogo da lui visitato!)
Su per il lago di Como di ver la Magna è valle di Ciavèna, dove la Mera flumine mette in esso lago; qui si truova montagne sterili et altissime con grandi scogli...qui nasce abeti, larici et pini, daini, stambuche, camozze e terribili orsi, non ci si può montare se non a quattro piedi”

Valle dell'Adda sopra Mantello
L'Adda con il ponte di Mantello in basso a sinistra, il pian di Spagna ed il Lario visti da Cercino

In quel periodo la Valtellina e la Val Chiavenna erano da almeno cento anni sotto la signoria Viscontea. Qui persisteva anche un forte legame con il celebre monaco irlandese di San Colombano fino dai tempi del suo soggiorno a Mello presso il castello della regina Teodolinda noto come castello di Domofole che, ai tempi di Leonardo, era di proprietà della potente famiglia dei Vicedomini (che potrebbero anche aver ospitato l'artista durante il suo soggiorno in Valtellina). Dal castello (nella mappa indicato come Castello poco sopra Cercino) si gode una vista della valle molto simile a quella ripresa dalla vicina località di Cercino ed allo sfondo della Madonna dei fusi.

piandispagna

Prendiamo ora in considerazione il dipinto della Gioconda (Mona Lisa)

Iniziato nella primavera del 1503, qui l'ambientazione presenta chiari punti in comune con il simbolismo individuabile nei dipinti religiosi.

Nel ritratto della Gioconda, la figura rappresentata è più vicina all'osservatore rispetto ai dipinti precedenti in cui c'erano più personaggi: ne aumenta l'intensità e la carica espressiva. Il paesaggio sullo sfondo acquista una grande profondità. Le discontinue ed irregolari catene montuose si confondono in lontananza in un cielo tra il verde e l'azzurro.

MonnaLisa

La Gioconda si trova seduta su una poltroncina appoggiata alla balaustra di una loggia aperta su un ambiente complesso in cui non mancano elementi topografici riconoscibili:  si notano, secondo  studiosi locali, addirittura sei località differenti come l’Adda da Calco a Brivio, il San Martino, la Rocca di Airuno, il ponte Azzone Visconti, il Barro, Mandello, le punte di Olgiasca, Dervio e Bellano! (vedi l'articolo di Riccardo Magnani sul Giorno)
Anche in questa rappresentazione geografica, come nell'Annunciazione,  Leonardo ha voluto  rappresentare varie località a sinistra e a destra della testa del soggetto, forse luoghi legati al soggetto principale che, secondo recenti teorie, non sarebbe la quindicenne Monna Lisa del Giocondo ma una misteriosa donna di qualche anno in più.

Nel 2010, nel suo lavoro "Enigma Leonardo: la Gioconda, in memoria di Bianca", oltre ad identificare la Monna Lisa con Bianca Giovanna Sforza, figlia di Ludovico il Moro, la scrittrice Carla Glori aveva ipotizzato che il ponte rappresentato a destra del soggetto fosse quello "del Gobbo", sul fiume Trebbia a Bobbio nel piacentino, sede del principale monastero di San Colombano. Nel 2015 la teoria della studiosa savonese è stata  confermata da uno studio di architetti di Piacenza, che, in seguito ad indagini sul campo e ad elaborazioni in 3D, avrebbe stabilito che il ponte sia proprio quello indicato dalla scrittrice. Non solo: collocando il dipinto su uno sfondo reale, è stato possibile anche ipotizzare il punto di vista dal quale Leonardo avrebbe ritratto la Monna Lisa. Precisamente, da una finestra al piano alto del castello Malaspina Dal Verme di Bobbio. Leggi articolo.

Nel dipinto di "Sant'Anna, la Vergine ed il Bambino con l'agnellino", noto anche come "Sant'Anna Metterza", Leonardo realizzò in età matura una composizione legando i personaggi in una sequenza.
L'opera raffigura le tre generazioni della famiglia di Cristo: Sant'Anna, sua figlia Maria e Gesù bambino. Anna tiene Maria sulle ginocchia, quasi fondendosi l'un l'altra; Maria fa per afferrare il Bambino sporgendosi verso destra, mentre egli gioca con un agnello, prefigurazione della sua futura andata incontro alla Passione.

Anche in questo caso risulterebbe complesso addentrarci oltre nella bellezza e nei contenuti mistico-religiosi del racconto che Leonardo ci ha voluto lasciare, mentre più semplice può sembrare l'analisi dello spazio circostante.

sant'Anna 
I tre personaggi sono posizionati sul ciglio di un dirupo roccioso sul quale cresce un tappeto d'erba giallastra, quasi invernale, a destra un boschetto di latifoglie. Dietro di loro il paesaggio montano, come sorto da uno specchio d'acqua, domina lo sfondo.
Le cime, che si confondono nella foschia, si elevano nella parte destra della composizione creando un effetto più monumentale rispetto ai dipinti giovanili del pittore.

La complessità dello sfondo, in cui, a prima vista, non compaiono elementi topografici riconoscibili, potrebbe essere legata agli studi geologici ed idrologici dell'artista e alle sue osservazioni sul ciclo eterno della natura:
"L'acqua che scolassi della terra scoperta dal mare, quando essa terra s'innalzassi assai sopra del mare, ancora ch'ella fussi quasi piana, comincerebbe a fare diversi rivi per le parte più basse d'esso piano [...]. E cosi si andrebbon consumando i lati di tali fiumi insino a tanto che li tramezzi d'essi fiumi si farebbono acuti monti, e così scolati tali colli, comincerebbono a seccarsi e creare le pietre a falde maggiori o minori, secondo le grossezze de' fanghi che li fiumi portorono in tal mare per li loro diluvi".

Che dire, però, osservando la somiglianza dello sfondo con questa fotografia scattata dai Corni di Canzo?

La Grigna dai Corni di Canzo

Queste "coincidenze" ci fanno pensare che Leonardo avesse conservato parecchi disegni dal vero ritratti da luoghi da lui visitati (disegni che ci sono pervenuti solo in parte) e che in seguito si sia servito di questi per dipingere i suoi sfondi.

Per finire cerchiamo di analizzare il dipinto più grande e più complesso di Leonardo: L'Ultima Cena

Molti autori hanno scritto sulla pittura di Leonardo e sulle sue osservazioni naturalistiche e geografiche e spesso hanno cercato di tenere ben separate le sue produzioni artistiche da quelle scientifiche. L'idea che le sue ambientazioni pittoriche fossero "paesaggi dell'anima" è ancora comune e attraversa la storia dell'Arte sia nel tempo che nello spazio.
Sappiamo per certo che l'artista ha studiato Anatomia per imparare a rappresentare la figura nel modo più corretto possibile, ma Leonardo ha studiato anche la Geografia, la Topografia, la Geologia, la Meteorologia: perché mai avrebbe dovuto dimenticare questo suo pesante bagaglio culturale mentre dipingeva?
Le opere che sono state fin qui portate ad esempio sembrano dimostrare che le sue ambientazioni fossero "paesaggi della mente" piuttosto che dell'anima e, come vedremo, il dipinto dell'Ultima Cena non è diverso dagli altri.

Come già anticipato in un precedente articolo, Civate è stato il punto di arrivo della ricerca di un luogo che soddisfacesse cinque indizi che sono contenuti nel dipinto di Leonardo che elenchiamo:
  • La luce che illumina dal basso una parete del locale.
  • Un pendio verdeggiante nella finestra a sinistra.
  • Un colle piuttosto pronunciato nella finestra centrale seguito da colline poco ondulate.
  • Un lago visibile nelle due finestre a sinistra ad in centro.
  • Un campanile (e forse qualche casa) aldilà del lago.
La località, dove Leonardo ha ambientato la Cena, doveva anche essere in qualche modo legata alla corte del Moro e quindi un luogo in cui il Nostro potesse soggiornare durante le sue escursioni nella valle dell'Adda o sul lago di Como o come tappa durante i suoi trasferimenti in Valsassina, in Valtellina o in Valchiavenna.

Andiamo per punti: 
La luce
I commensali dell'Ultima Cena sono seduti ad una tavola lunga circa cinque metri posta parallelamente al lato più corto di un locale libero da altri arredi. Sulle pareti laterali otto arazzi legati con anellini a chiodi infissi alla muratura.  Il soffitto è sorretto da un graticcio ortogonale di travi in legno scuro. La parete di fondo ha tre finestre di cui la centrale è anche una porta che immette su un balcone. Dalle finestre entra una luce particolare che dal basso illumina il soffitto e la parte alta della parete di destra.
Questa luce è il segno che contraddistingue il dipinto di Leonardo ed è stata spesso dimenticata nelle copie succesive.

Cena originale

Quale può essere la sorgente di questa luce?  
Solo chi vive vicino e a nord di uno specchio d'acqua può rispondere: è un fenomeno che si ripropone solo in certe ore ed in certi periodi dell'anno, diverso a seconda della posizione e dell'orientamento dell'immobile.  Quando nel 1487 ha ricevuto l'incarico per dipingere l'Ultima Cena, Leonardo abitava già a Milano da almeno quindici anni e può aver avuto questa esperienza forse in una residenza posta in riva ad un lago prealpino. Il lago di Como, di Varese, il lago Maggiore o i laghi Briantei presentano varie località che hanno la caratteristica richiesta, ma Leonardo nei suoi scritti e disegni descrive solo il  ramo di Lecco e le sue montagne ed i laghi Briantei che illustra in un suo studio per collegare con una via d'acqua Milano al lago di Lecco attraverso il Lambro.

Luce sul lago di Annone

Il panorama oltre le finestre
Leonardo,  come abbiamo visto, ha scelto spesso luoghi montani dell'alta Brianza o della Valtellina come sfondo.
Nel 1492 è documentato che l'artista compì numerosi viaggi a Como, Bellagio, in Valtellina ed in Valsassina.
Dalle finestre della Cena si intravede un panorama collinare e di bassa montagna  osservato da un punto di vista elevato e separato da esso da un'ampia valle. Una piccola superficie di colore azzurro rimasta del dipinto originale sembra indicare la presenza di uno specchio d'acqua al dilà del quale, anche se osservabile solo con grande attenzione, c'è un campanile.

vista finestre

Le tre sezioni del panorama sembrano far parte di uno stesso disegno tagliato e scomposto nelle tre finestre in cui, nel lato sinistro, si osserva il dolce pendio di un monte che ricomincia, nella finestra centrale, con un rilievo più aspro prima di confondersi con colline più basse. Dietro, una quinta di colline più alte.
L'orientamento della vista, tenendo conto dell'angolo della luce, potrebbe essere sud-est o sud-sudest.

Tongerlo

Lo stesso particolare nella copia di Tongerlo in Belgio attribuita ad Andrea Solario. Si nota come il panorama dello sfondo sia meno profondo anche se conserva buona parte degli elementi caratteristici. Resta lo specchio d'acqua, scompare il campanile e si perde l'effetto della prospettiva aerea che invece è fortunatamente ancora presente nell'originale.

oxford

Nella copia conservata ad Oxford,  nota come Ultima Cena della Certosa di Pavia ed attribuita a Marco d'Oggiono o al Giampietrino, si osserva un impianto paesaggistico simile al precedente, ma ancora più piatto. Le due copie provengono dai cartoni che Gianantonio Boltraffio  eseguì direttamente sull'originale allo scopo di facilitare le riproduzioni successive vista la rapidità con cui si andava deteriorando. Anche i cartoni sono stati comprati da un diplomatico inglese  nel 1600 e si trovano ora al British Museum. I colori, il panneggio delle vesti, i particolari del vasellame e dei bicchieri restano a ricordo di come doveva essere l'originale prima del degrado causato dall'umidità presente nel refettorio dei Domenicani a stretto contatto con le cucine.

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finestra 2 -oggi
Particolare delle due finestre a sinistra e centrale confrontato con la topografia a sud del lago di Annone.

La fotografia attuale, utilizzata per il confronto, è stata ripresa dalla quota della località Pozzo sopra Civate. Si noti che Leonardo riproduce con esattezza i colori aerei azzurrini delle montagne utilizzando (come nella realtà) toni più chiari per quelle più lontane.  L'ondulazione accentuata del colle di Brianza (il Campanone) nelle due sezionidi destra così come il pendio dei monti di Brianza a sinistra sembrano non lasciare dubbi sulla località rappresentata.  Il  campanile di Annone risulta in ombra, ma diviene evidente con la luce del tramonto.


L'architettura: Il refettorio dell'Ultima Cena, un luogo inventato da Leonardo o uno spazio realmente esistito?
La sala dell'Ultima Cena, riprodotta nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, è stata un'invenzione o Leonardo ha avuto esperienza personale di quello spazio come delle luci e dello sfondo? Può essere che l'artista abbia riprodotto uno spazio a lui noto, forse un piccolo refettorio di un monastero esistente? 

Come già accennato la tavola della cena è lunga (facendo proporzioni antropometriche) circa cinque metri ed è posta parallelanente al lato più corto del locale. I due apostoli a capotavola sono stretti in poco spazio fra il desco ed il muro. Il locale, quindi, è largo meno di sette metri. Perché Leonardo ha fatto la scelta di stringere la scena attorno alla tavola come se avesse dovuto infilare i commensali in un locale esistente? Forse ha voluto riprodurre sul muro di Milano un luogo caro alla corte ducale?

Seguendo il nostro percorso mentale fatto di luci e di particolari ed indizi sfuggenti, siamo arrivati, circa un anno fa, a Civate seguendo la strada romana che da Erba portava a Lecco (che Leonardo non poteva non avere calpestato), e qui, come evidenziato, abbiamo avuto la prima impressione che tutti i riferimenti topografici che cercavamo si potessero trovare proprio in questo luogo. 
Qui, da quasi mille anni, sorge il monastero di San Calocero, ora Casa del Cieco, di cui era Abate commendatario ai tempi di Leonardo Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro il committente del dipinto dell'Ultima Cena.
Perché non andare a visitare quel luogo, ci siamo chiesti.
Una mappa settecentesca del monastero indica tutte le destinazioni d'uso dei locali dell'ampio complesso che sorge attorno ad un chiostro quadrato.

san Calocero

Il locale evidenziato in rosso era il vecchio refettorio (ora sala di rappresentanza dell'appartamento, perfettamente conservato, del fondatore dell'istituto monsignor Edoardo Gilardi morto nel 1962). 
Seguendo il nostro istinto, siamo entrati nel chiostro e abbiamo chiesto di poter visitare proprio quel locale che,  malgrado le pesanti ristrutturazioni subite nel secolo passato, ci ha svelato tutte le caratteristiche architettoniche per poter essere il refettorio che ha ispirato Leonardo come ambientazione della sua Ultina Cena.
Quanti altri palazzi conservano un locale cinquecentesco simile?  Ci siamo lasciati suggestionare? Forse, ma tutte le nostre considerazioni topografiche che ci avevano portato a riconoscere le montagne che si vedono da Civate hanno trovato qui, nell'ex monastero benedettino di San Calocero,  un'ulteriore coincidenza difficile da ritrovare in un altro luogo.

sala Cena
Il refettorio cinquecentesco oggi

ricostruzione-3d
Il refettorio senza arredi
sovrapposizione-3d
Sovrapposizione della Cena con il refettorio ritrovato

Descrizione: Il locale ha dimensioni di circa 60 mq (5.7x10,1) ed è alto all'intradosso dell'impalcato in legno circa 5m.
Un tempo era in parte libero sui tre lati: le due porte in fondo al locale non esistevano o forse esisteva solo quella di destra aperta verso il pollaio.
Alle spalle di chi osserva c'era la porta principale che era più larga e più alta rispetto all'attuale (esame termografico) e dava, come ora, su un disimpegno.
Le pareti laterali presentano, vicino all'ingresso un armadio a muro a sinistra ed una piccola porta che conduce alle camere dell'appartamento del fondatore a destra. Ora non ci sono altre nicchie, ma l'esame termografico ne ha evidenziata una, chiusa, sulla parete di sinistra simile nelle dimensioni a quelle presenti sul muro dell'Ultima Cena fra gli arazzi. L'edificio è stato ristrutturato più volte nella storia, è stato sostituito l'impalcato in legno del soffitto, aperte le strombature delle finestre, inserito l'impianto di riscaldamento. Facendo le dovute proporzioni è almeno un metro più stretto rispetto al locale della Cena ed un po' più alto, ma restano molti gli elementi in comune.

Il locale ora non è più utilizzato, mentre, per le necessità della Casa del Cieco sono stati adibiti a refettorio degli ospiti tre ambienti già presenti nel XVII secolo che potevano avere funzione di dormitorio dei frati. Durante un recente restauro degli intonaci di quei locali è venuta alla luce una decorazione attorno al soffitto, risalente forse al XVI secolo, del tipo "nodi vinciani". Leonardo ha utilizzato lo stesso disegno di questa decorazione per i pizzi dell'abito della Dama con l'ermellino.

nodi nodi

Non è escluso che questo luogo possa riservare altre sorprese in futuro. Ci auguriamo che una ricerca più determinata di quella parte degli archivi storici del monastero di San Calocero che risultano ora dispersi riesca ad aggiungere qualche tassello nei tanti periodi vuoti (come quasi tutto il 1595 in cui Milano fu colpita dalla peste) della biografia del grande autore dell'Ultima Cena..

2016-2017  -  Dario Monti