RACCONTI SUL GOTTARDO
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In villeggiatura a Faido
Negli scorsi anni ho
fatto soggiorni più o meno lunghi a Faido nel Canton Ticino; benché
politicamente svizzero, è un posto di carattere non meno italiano di
qualsiasi altro in Italia. La prima volta vi fui attirato soprattutto
dal fatto che è uno dei posti del versante italiano delle Alpi che
più facilmente si possono raggiungere. E questo merito sta per
aumentare: una volta aperta la galleria del San Gottardo, sarà
possibile partire da Londra diciamo il lunedì mattina ed essere a
Faido alle sei o alle sette del giorno dopo. (…)
Non conosco altre
attrattive della città, ma i dintorni sono ricchi. SAMUEL. BUTLER - Alps and sanctuaries of Piedmont and the canton Ticino - London, 1881
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Al Dazio Grande
Un’altra situazione che
a me è parsa non men terribile,( del Ponte del Diavolo n.d.r.) è di
qua del S. Gotardo sotto il così detto Dazio grande. Ivi le rupi che
son d’attorno serrate e altissime quasi non lascian vedere il
cielo; sortono alcune dal perpendicolo, e inclinate pendono sopra la
valle, cui minacciano di coprire. Lo spettatore non può alzar
l’occhio né abbassarlo alla valle sfondata, senza sentirsi
stringere il cuore. Qui non ode, non parla: qui tutta in un pensiero
è concentrata la sua esistenza. Sovente sopra la valle profondissima, che gonfia e spumante romoreggia, altro piano non avvi che quello della strada angusta tagliata nel nudo ceppo; e a luogo a luogo sostenuta da’ muri fondati a gran profondità sopra punte di scogli; e in tal sito dove s’incurva addentro in un col monte la strada, e la valle più s’innabissa, una larga cascata d’acqua dal ciglion della roccia soprastante piomba sulla strada medesima, e di là rotta balza nel profondo. Ho già parlato de’ pezzj di sasso orribilmente grossi, talvolta di centinaia di piedi, che sonosi dalle rupi staccati e precipitati al basso, d’altri che stanno sull’orlo delle prominenze e minacciano a ogni momento la caduta, e di quelli finalmente che arrestati nel corso da piante od altro e l’uno all’altro addossati non aspettano che un’acqua impetuosa che gli strascini, od un semplice urto che li travolga; ma non ho detto che si veggono tuttavia delle case piantate qua e là sotto quelle masse pendenti; e che gli abitanti delle medesime ci vivono (chi ‘1 crederebbe?) tranquilli, e tengonsi non men sicuri che i principi ne’ loro palagi. Tanti dei grossi ceppi venuti fino in fondo della valle, ed ivi impiantati, vi si veggono non ancora spogli in tutto dell’antica veste d’erbe e di piante allignatevi. Così una quantità di abeti e di tassi cresciuti già un tempo sulle ciglia o sul dorso del monte, e strascinati quindi al basso dalle pietre che sonosi spezzate e divelte, giacciono qua e là o solitarj o sopra le pietre medesime o intieri o fracassati, dove ancor verdi, dove diseccati o fracidi, in tutte quante le posizioni. Sembrano per lo più a riguardarli que’ grossi tronchi, e piante altissime nulla più che bastoni, e ramoscelli, tanto gl’impicciolisce all’occhio la profondità in cui si mirano, e la mole gigantesca delle rupi che loro stan sopra.
A. Volta , Relazione del
viaggio in Svizzera (cit.), 1777 |
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A caccia di minerali Pare che già durante l’età del bronzo, gli abitanti delle Alpi andassero a caccia di minerali. Il quarzo, in particolare, era oggetto di speciale interesse soprattutto quando risultava perfettamente trasparente, incolore, di forma esagonale e con le facce cristalline regolari. Forse furono proprio i “cacciatori di cristalli” a segnare i primi sentieri intorno al massiccio del San Gottardo; i cristalli erano sicuramente preziosa merce di scambio e di commercio attraverso gli antichi passaggi della catena alpina in età antica e nel Medioevo. Nei secoli passati, scienziati e viaggiatori che attraversavano le Alpi sovente parlano nei loro diari di viaggio della particolarità delle rocce viste sul percorso e della consuetudine di molti a collezionare o commerciare minerali. Spesso sono i loro interessi scientifici a spingerli alla raccolta di vere e proprie casse di rocce - basti pensare a studiosi come De Saussure e Dolomieu- per approfondire la conoscenza delle Alpi e della loro conformazione. Goethe, in viaggio sulla via del Gottardo nel 1797, parla del commercio di minerali esercitato dalla cuoca dell’albergo di cui è ospite e di un droghiere conosciuto ad Hospental. Durante la sosta in questa località egli registra nei suoi diari la disponibilità di una “gran quantità di adularie”. “ Mode minerali” - annota telegraficamente- “prima si richiedevano cristalli di quarzo, poi feldspati, quindi adularie e ora tormaline rosse (titanite)”. Recenti studi scientifici hanno dimostrato che questi minerali presenti nelle fessure alpine si sono formati durante l’ultima fase dell’orogenesi delle Alpi, 12- 18 milioni di anni fa, ad una profondità di circa 10 chilometri e a 400-500 °C di temperatura. Anche se presenti in tutto l’arco alpino, l’area delle Alpi centrali risulta particolarmente ricca di fessure caratterizzate da minerali. Nella sezione “Geologia” del Museo Nazionale del San Gottardo sono esposti alcuni esemplari di minerali presenti nella regione del Passo. Oltre al quarzo, qui si trovano le cosiddette rose di ferro, composte da sottili lamelle di ematite, apatiti, solitamente bianche, adularia, rutilo e, più rari, xenotimo, berillio , bazzite, bertrandite. Il ritrovamento di elektrum e di enormi cristalli di calcite e fluorite rosa, è avvenuto in anni recenti durante i lavori di costruzione delle gallerie ferroviaria e autostradale. Attualmente, la ricerca di minerali in questa zona può essere praticata solo rispettando i regolamenti adottati dai Cantoni Ticino e Uri per garantire la protezione e la salvaguardia del paesaggio alpino.
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Processioni al San Gottardo
Quanto fosse importante
la venerazione di S. Gottardo nella cappella sul passo, è
testimoniato dall’esistenza di ben sette processioni votive che,
ogni anno, si svolgevano in onore del santo forse fin dal Medioevo.
Per facilitare il lavoro
agricolo, la parrocchia di Quinto aveva ottenuto da San Carlo la
dispensa per permettere la partecipazione di una rappresentanza di
sole quattro persone assieme ai parroci, quella di Airolo invece, di
spostare la data della processione al 13 giugno, giorno di S. Antonio
da Padova.
La processione degli
abitanti della Val Formazza (rito che si è riproposto negli ultimi
anni), è documentata dal prezioso affresco seicentesco della
cappella di Santa Maria della Visitazione ad Antillone, frazione di
Formazza. In esso sono rappresentate le autorità religiose e civili
seguite da uomini e donne con i caratteristici costumi locali
dell’epoca in cammino verso la cappella rappresentata accanto agli
edifici dell’ospizio.
Ma poiché, col passare
degli anni, pare che la processione si fosse trasformata in
un’occasione di eccessiva promiscuità e confusione tra uomini e
donne, nel 1610, il parroco di Formazza chiese al vescovo di Novara
di sospenderla. Fu così che le popolazioni della valle sostituirono
la processione al passo con quella alla chiesa di Antillone
all’interno della quale fu dipinto un affresco con l’immagine di
S. Gottardo. |
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Ospitalità al San Gottardo Ho trovato i Cappuccini sempre ospitali e molto disponibili verso i viaggiatori. Si stanno abituando ad accogliere stranieri che studiano le montagne. Al mio primo viaggio, nel 1775, credevano fossimo colti da una sorta di follia. Riferirono a certi miei conoscenti, che passarono dopo di me, che parevo di buon carattere, ma erano dispiaciuti che fossi preda della ridicola mania di raccogliere tutte le pietre che incontravo, che me ne riempissi le tasche e le caricassi sui muli. (Durante una visita successiva) Quando qualcuno sosta presso i cappuccini, essi non presentano il conto del servizio fornito, ma gli ospiti stessi ne valutano al momento il valore in ragione di quanto avrebbero pagato in un buon albergo e ciascuno lascia pubblicamente sul suo coperto la cifra per cui è tassato. H. B. DE SAUSSURE - Voyage dans les Alpes, 4 voll.: I. Neuchatel 1779; II Ginevra 1786, III e IV Neuchatel 1796 Siamo alloggiati in un edificio abitato da due frati italiani del Convento dei Cappuccini di Milano, che accolgono tutti i viandanti che passano per queste regioni inospitali. Poiché uno dei frati era assente, mi fu destinata la sua camera da letto. Era una comoda stanzetta, dove un uomo poteva tranquillamente riposare anche senza essere un anacoreta. Così, dopo le fatiche del nostro viaggio, godetti la comodità della casa, giustamente soddisfatto e invidiato. Il locandiere imbastì una cena a base di deliziose trote, pescate nel vicino lago di Lucendro; cena arricchita da uova, latte, burro e formaggio eccellenti: tutti prodotti ricavati da questi luoghi desolati. Un piacevole fuoco riscaldò il nostro arrivo. Il freddo era intenso, vestito con una giacca di mezzo cammello, ero giunto alla casa gelato. (Nel 1785) Arrivammo alla casa mentre il frate diceva la messa per un gruppo di venti persone; molte provenivano dalle alpi dei dintorni, dove badavano al bestiame bovino, per assistere al servizio divino, come erano soliti fare la domenica e nei giorni festivi. Il frate, di nome Francesco, alla conclusione della funzione, si premurò di ricevermi, manifestandomi grande soddisfazione; è molto conosciuto da tutti i viaggiatori che passano da questa via, poiché risiede in questo luogo solitario da oltre vent’anni. Rispetto alla mia precedente spedizione, trovai la casa ingrandita e resa molto spaziosa. Oggi infatti contiene, oltre a diversi soggiorni, cucine ed un appartamento per i custodi, nove piccole ma linde camere da letto destinate agli ospiti. La somma spesa ammonta già a 300 lire, in parte raccolte in vari distretti della Svizzera; ma ne occorrono altrettante per estinguere i debiti assunti nelle opere di ristrutturazione; somma che si spera di riuscire a raccogliere con una nuova colletta. W. COXE - Sketches of the Natural, Civic, and Political State of Swisserland, Londra 1779-1796 Arrivammo all’ospizio dei cappuccini mentre cenavano; questa casa sembrerebbe, a prima vista, una imitazione dell’Ospizio del Gran San Bernardo; ma erroneamente, perché l’ospizio è composto da una semplice piccola cappella dove i passanti possono ascoltare la messa, nonché da una casa abitata da due frati, che non si dedicano a soccorrere i passanti, come sarebbe auspicabile, ma credono di aver assolto la loro vocazione una volta espletate le pratiche religiose. Di fianco all’ospizio, sorge un secondo edificio: una specie di albergo dove sostano i viaggiatori, peggiore di quello del Grimsel. Uno dei cappuccini parla il francese e l’italiano, l’altro il tedesco; conversando con il primo intorno ai diversi valichi alpini, gli decantai i pregi dell’Ospizio del Gran San Bernardo: “ può essere - mi rispose - ma il nostro è un ospizio d’anime”. Tale destinazione, tutta spirituale, rende però parecchio denaro, sia grazie alle collette che vengono fatte ogni anno, sia grazie alla generosità del Re di Francia. Oggi i frati del San Gottardo godono di buone rendite che utilizzano per ingrandire la loro casa, con lavori attualmente in corso: si spera che, accudite convenientemente le anime, pensino anche al benessere fisico dei viaggiatori. Il cappuccino francese, che ci parve conoscere le buone maniere, ebbe la cortesia di accompagnarci all’inizio della discesa verso l’Italia”.
M.T. BOURRIT - Description
des Alpes Pennines et Rhetiennes, Ginevra, 2 vol. 1786 |
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Il Ponte del Diavolo Durante l’inverno spesso accade che il Ticino sia coperto di ghiaccio e neve, per cui la gente passa sul ghiaccio quasi fosse il ponte o perché non lo vede sotto il ghiaccio o perché cerca una scorciatoia: accade allora qualche volta che per l’insufficiente saldezza del ghiaccio molti corrano pericolo e finiscano annegati, uomini e bestie, nel Ticino. Salendo più su del ponte, non s’incontra ormai nessuna vegetazione ma pareti rocciose e precipizi coperti di neve, mentre la valle per cui si sale è strettissima. Lì, quando le nevi prendono a sciogliersi e a precipitare, il cammino diventa pericoloso, poiché dall’alto delle montagne cadono valanghe che travolgono i passanti.
Basta un nulla per
smuovere le nevi; la voce o un grido appena un po’ alto dei
viandanti, dicono, le mettono in moto col loro ripercuotersi. Sembra
dunque che quel ponte del Ticino sia detto “tremulo” non perché
sia lui a tremare, ma perché chi sale la montagna, lì giunto,
comincia a tremare di paura.
Poi sull’altro versante
s’incontra un altro punto irto di pericoli: la cosiddetta valle
Inferna. Il luogo si trova al di sopra del villaggio urano di
Silenen, presso il fiume Reuss ed il villaggio di Altdorf; lì c’è
un ponte che chiamano Ponte di Satana o dell’Inferno. La Reuss precipita fra i sassi con violento rimbombo; al di sopra del ponte si rovescia giù da una rupe altissima e spruzza per un gran tratto la parete circostante, tanto che sembrano pioggia le sue onde. Essendo poi la via dove si scende al ponte stretta e ripida, il cammino, già difficoltoso negli altri punti, lì diventa ancora e molto più pericoloso, quando d’inverno il terreno è reso sdrucciolevole dal ghiaccio. Così sovente chi vi transita, incapace di reggersi saldo sui piedi e di trovare un punto dove fissarsi, si siede sopra i vestiti o altri oggetti e si lascia andare lentamente come fanno i fanciulli.
IOSIA SIMLER -
Commentario delle Alpi , 1574 - Trad. a cura di Carlo
Carena, Dadò Editore, Locarno 1998 |
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Diari di viaggio Venendo da Altorf si sale per molte ore la valle della Reuss, che sempre più si ristringe, e sempre più le rupi addossate sopra le rupi vi si ergono altiere e minacciose, il nudo delle loro viscere ne si mostra dagli aperti fianchi; si passa il famoso Ponte cognominato del Diavolo (Teufels Brùcke); e si arriva a un monte attraversato che chiude il calle, e che toglierebbe il passaggio, se questo non fosse stato con studio e fatica immensa praticato dentro allo stesso macigno, il qual si vede maravigliosamente sforato da una parte all’altra. Ora sortendo da questo sforo largo sufficientemente ed alto per passarvi a cavallo, e lungo più di 200 piedi, tutto cieco, a riserva del lume debole, che vi dà un picciolo finestrello verso la metà, vi si apre l’anzidetta bellissima valle d’Orsera, piana, larga, e tutta pascoli deliziosi. Ho nominato il Ponte del Diavolo, che è di là del S. Gotardo poco sotto Orsera e il foro del monte. Non è questo il solo ponte arditamente gettato sopra la valle innabissata, e sorretto dal ceppo nudo, il qual faccia strada da un monte all’altro; ma egli è il più notabile e maraviglioso tra i molti di questo genere che s’incontrano in quel tremendo cammino, per la prospettiva terribile che offre sì da lontano che da vicino. Qui può dirsi che segga come in suo trono la Deità del terrore. Nude rupi altissime soprastanti; strada, e ponte sopra la Reuss, che si sprofonda in un abisso spaventoso, sostenuti come per miracolo; di sopra il fiume medesimo formante una cascata lunga forse 300 piedi da un’altezza che perpendicolarmente presa è più di 100, cascata che si vede in distanza rovesciarsi sopra il ponte medesimo e lungo esso scorreme in parte le acque, in parte percuoter di quello il gran fianco arcuato, e quindi spezzate precipitar nel gorgo; tutto ciò unito insieme forma uno spettacolo, che invano mi sforzo di descrivere; spettacolo, che un essere sensibile e pensante mirar non può, per la prima volta almeno, senza tremare ed agghiacciare.
Alessandro Volta - Relazione al Conte di
Firmian sul viaggio letterario in Svizzera, 1777 - Ibis, Como-Pavia 1991
Sabato 30 luglio 1796 Presto giungemmo al famosissimo Ponte del diavolo, di cui ci ha sorpreso dapprima solo la fama e che necessariamente deve produrre un’impressione maggiore sui viaggiatori provenienti dal basso, i quali, da giù, sulla riva dell’impetuosa Reuss, tra le rocce scoscese non vedono più una via d’uscita e vedendo il ponte sospeso tra una roccia e l’altra sperano di trovare un passaggio su di esso.
Del resto è ampio
abbastanza perché vi passi una piccola carrozza, un char à banc
(calesse n.d.r.); l’una accanto all’altra, vi possono passare
comodamente anche quattro persone ed esso non riserva assolutamente
alcun pericolo. La Reuss vi precipita contro infuriando e
schiumeggiando con impeto da un’altezza considerevole, in mezzo a
rocce che contrastano il suo corso e forma una straordinaria cascata.
Su entrambi i lati del letto della Reuss si innalzano verticali,
informi, nude masse rocciose, su cui si scorge qua e là qualche
piccola macchia verde, che viene faticosamente raggiunta per farvi il
fieno. Qua e là si scorgono vette innevate. Contro queste rocce il
vento spira e s’insinua ora da un lato ora dall’altro, ora in
avanti, ora all’indietro; la strada petrosa è tutto un serpeggiare
di curve. GEORG. W.F. HEGEL - Diario di viaggio sulle Alpi Bernesi, 1796 - Traduzione di T. Cavallo, Ibis, Como-Pavia 1990
Oltre il Ponte del
Diavolo, la strada attraversa il cosiddetto Buco d’Uri, una
galleria di 64 metri di lunghezza aperta nel 1707 in sostituzione
presumibilmente di una passerella addossata alla roccia. Prima di raggiungere Goschenen, stazione di imbocco del tunnel ferroviario e autostradale, dalla strada cantonale è visibile un ponte in pietra. Si tratta del ponte di Haderli o San Nicolao detto anche Ponte lungo ricostruito, nel tratto inferiore delle Gole della Schollenen, tra il 1649 e 1650 dopo i danni subiti dalla struttura preesistente a causa delle valanghe. Quello che ancora oggi si può vedere ed attraversare a piedi è il ponte seicentesco con la sua caratteristica struttura a schiena d’asino.
Attraversata la stretta
valle della Reuss, la discesa conduce ad Altdorf, culla
dell’indipendenza svizzera e città famosa per il suo legame con
Guglielmo Tell, l’eroe nazionale della Confederazione.
Febbraio 2026 - A cura di: Rosalba Franchi
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