RACCONTI SUL GOTTARDO

In villeggiatura a Faido

Negli scorsi anni ho fatto soggiorni più o meno lunghi a Faido nel Canton Ticino; benché politicamente svizzero, è un posto di carattere non meno italiano di qualsiasi altro in Italia. La prima volta vi fui attirato soprattutto dal fatto che è uno dei posti del versante italiano delle Alpi che più facilmente si possono raggiungere. E questo merito sta per aumentare: una volta aperta la galleria del San Gottardo, sarà possibile partire da Londra diciamo il lunedì mattina ed essere a Faido alle sei o alle sette del giorno dopo. (…)
Faido è un pittoresco luogo all’antica. Parecchie case portano date della metà del Cinquecento; accanto all’Albergo dell’Angelo ce c’è una, antico convento, che dev’essere anche più vecchia. C’è una birreria che produce ottima birra, buona quanto quella di Chiavenna; e un convento dove stanno alcuni frati. La città è a 2365 piedi sul mare, non è mai troppo caldo, nemmeno nel pieno dell’estate.
L’Angelo è l’albergo principale del posto, confortevole al massimo e bellissimo da soggiornarvi. Ci sono stato assai di spesso, considero tutta la famiglia del proprietario fra il numero dei miei amici, così che non esito a raccomandare cordialmente la casa.

Non conosco altre attrattive della città, ma i dintorni sono ricchi.
Anni fa, viaggiando sulla strada del S. Gottardo, avevo notato i tanti villaggetti appollaiati alti sul fianco della montagna, da uno a duemila piedi sopra il fiume, m’ero domandato chissà che posti saranno. Perciò mi proposi di soggiornare a Faido e di andarli a vedere. Tenni il proposito, e non c’era villaggio o frazione della Leventina, da Airolo a Biasca, che io non abbia ispezionato. Non me ne stanco mai, e l’unico rammarico pensandoci è che la più parte sono accessibili soltanto a piedi, non vedo come ci potrò arrivare se campo vecchio. Son questi i posti ai quali mi sorprendo sempre intento a pensare, quando son lontano. Posso aggiungere che la Leventina è assai simile a tutte le valli prealpine del versante italiano che io conosco.

SAMUEL. BUTLER - Alps and sanctuaries of Piedmont and the canton Ticino - London, 1881


Al Dazio Grande

Un’altra situazione che a me è parsa non men terribile,( del Ponte del Diavolo n.d.r.) è di qua del S. Gotardo sotto il così detto Dazio grande. Ivi le rupi che son d’attorno serrate e altissime quasi non lascian vedere il cielo; sortono alcune dal perpendicolo, e inclinate pendono sopra la valle, cui minacciano di coprire. Lo spettatore non può alzar l’occhio né abbassarlo alla valle sfondata, senza sentirsi stringere il cuore. Qui non ode, non parla: qui tutta in un pensiero è concentrata la sua esistenza.
Ma che vo io parlando di questa o quella situazione terribile, se ad ogni passo di tali se ne incontrano in quel viaggio; se quasi null’altro si affaccia al passaggiero per ore ed ore, che dirupi, e rovine sovrastanti al capo, e precipizi aperti sotto de’ piedi?

Sovente sopra la valle profondissima, che gonfia e spumante romoreggia, altro piano non avvi che quello della strada angusta tagliata nel nudo ceppo; e a luogo a luogo sostenuta da’ muri fondati a gran profondità sopra punte di scogli; e in tal sito dove s’incurva addentro in un col monte la strada, e la valle più s’innabissa, una larga cascata d’acqua dal ciglion della roccia soprastante piomba sulla strada medesima, e di là rotta balza nel profondo.

Ho già parlato de’ pezzj di sasso orribilmente grossi, talvolta di centinaia di piedi, che sonosi dalle rupi staccati e precipitati al basso, d’altri che stanno sull’orlo delle prominenze e minacciano a ogni momento la caduta, e di quelli finalmente che arrestati nel corso da piante od altro e l’uno all’altro addossati non aspettano che un’acqua impetuosa che gli strascini, od un semplice urto che li travolga; ma non ho detto che si veggono tuttavia delle case piantate qua e là sotto quelle masse pendenti; e che gli abitanti delle medesime ci vivono (chi ‘1 crederebbe?) tranquilli, e tengonsi non men sicuri che i principi ne’ loro palagi.

Tanti dei grossi ceppi venuti fino in fondo della valle, ed ivi impiantati, vi si veggono non ancora spogli in tutto dell’antica veste d’erbe e di piante allignatevi. Così una quantità di abeti e di tassi cresciuti già un tempo sulle ciglia o sul dorso del monte, e strascinati quindi al basso dalle pietre che sonosi spezzate e divelte, giacciono qua e là o solitarj o sopra le pietre medesime o intieri o fracassati, dove ancor verdi, dove diseccati o fracidi, in tutte quante le posizioni. Sembrano per lo più a riguardarli que’ grossi tronchi, e piante altissime nulla più che bastoni, e ramoscelli, tanto gl’impicciolisce all’occhio la profondità in cui si mirano, e la mole gigantesca delle rupi che loro stan sopra.

A. Volta , Relazione del viaggio in Svizzera (cit.), 1777

A caccia di minerali

Pare che già durante l’età del bronzo, gli abitanti delle Alpi andassero a caccia di minerali.

Il quarzo, in particolare, era oggetto di speciale interesse soprattutto quando risultava perfettamente trasparente, incolore, di forma esagonale e con le facce cristalline regolari. Forse furono proprio i “cacciatori di cristalli” a segnare i primi sentieri intorno al massiccio del San Gottardo; i cristalli erano sicuramente preziosa merce di scambio e di commercio attraverso gli antichi passaggi della catena alpina in età antica e nel Medioevo.

Nei secoli passati, scienziati e viaggiatori che attraversavano le Alpi sovente parlano nei loro diari di viaggio della particolarità delle rocce viste sul percorso e della consuetudine di molti a collezionare o commerciare minerali. Spesso sono i loro interessi scientifici a spingerli alla raccolta di vere e proprie casse di rocce - basti pensare a studiosi come De Saussure e Dolomieu- per approfondire la conoscenza delle Alpi e della loro conformazione.

Goethe, in viaggio sulla via del Gottardo nel 1797, parla del commercio di minerali esercitato dalla cuoca dell’albergo di cui è ospite e di un droghiere conosciuto ad Hospental. Durante la sosta in questa località egli registra nei suoi diari la disponibilità di una “gran quantità di adularie”. “ Mode minerali” - annota telegraficamente- “prima si richiedevano cristalli di quarzo, poi feldspati, quindi adularie e ora tormaline rosse (titanite)”.

Recenti studi scientifici hanno dimostrato che questi minerali presenti nelle fessure alpine si sono formati durante l’ultima fase dell’orogenesi delle Alpi, 12- 18 milioni di anni fa, ad una profondità di circa 10 chilometri e a 400-500 °C di temperatura. Anche se presenti in tutto l’arco alpino, l’area delle Alpi centrali risulta particolarmente ricca di fessure caratterizzate da minerali.

Nella sezione “Geologia” del Museo Nazionale del San Gottardo sono esposti alcuni esemplari di minerali presenti nella regione del Passo. Oltre al quarzo, qui si trovano le cosiddette rose di ferro, composte da sottili lamelle di ematite, apatiti, solitamente bianche, adularia, rutilo e, più rari, xenotimo, berillio , bazzite, bertrandite. Il ritrovamento di elektrum e di enormi cristalli di calcite e fluorite rosa, è avvenuto in anni recenti durante i lavori di costruzione delle gallerie ferroviaria e autostradale.

Attualmente, la ricerca di minerali in questa zona può essere praticata solo rispettando i regolamenti adottati dai Cantoni Ticino e Uri per garantire la protezione e la salvaguardia del paesaggio alpino.


Processioni al San Gottardo

Quanto fosse importante la venerazione di S. Gottardo nella cappella sul passo, è testimoniato dall’esistenza di ben sette processioni votive che, ogni anno, si svolgevano in onore del santo forse fin dal Medioevo.
Dalla relazione sulla visita pastorale di San Carlo Borromeo avvenuta nel 1581, risulta che le popolazioni delle cinque vallate circostanti, in giorni stabiliti, partivano dai loro villaggi per raggiungere la cappella posta sul passo di S. Gottardo. La Valle Formazza compiva la processione il 25 giugno, la Cruera (Disentis) il 28 giugno, la Valle Orsera e il Vallese il 30 giugno, Airolo il 17 luglio, Quinto il 22 luglio e la Val Bedretto il 10 agosto.

Per facilitare il lavoro agricolo, la parrocchia di Quinto aveva ottenuto da San Carlo la dispensa per permettere la partecipazione di una rappresentanza di sole quattro persone assieme ai parroci, quella di Airolo invece, di spostare la data della processione al 13 giugno, giorno di S. Antonio da Padova.
Forse per tale motivo, questo santo è raffigurato accanto a San Gottardo nel quadro posto sull’altare della cappella sul passo.

La processione degli abitanti della Val Formazza (rito che si è riproposto negli ultimi anni), è documentata dal prezioso affresco seicentesco della cappella di Santa Maria della Visitazione ad Antillone, frazione di Formazza. In esso sono rappresentate le autorità religiose e civili seguite da uomini e donne con i caratteristici costumi locali dell’epoca in cammino verso la cappella rappresentata accanto agli edifici dell’ospizio.
Su tutti domina la figura benedicente di San Gottardo. I pellegrini, dalla Val Formazza percorrevano in un solo giorno circa 40 chilometri attraverso il passo di San Giacomo, la Val Bedretto e la Tremola; giunti al passo, ricevevano vitto e alloggio presso l’ospizio.

Ma poiché, col passare degli anni, pare che la processione si fosse trasformata in un’occasione di eccessiva promiscuità e confusione tra uomini e donne, nel 1610, il parroco di Formazza chiese al vescovo di Novara di sospenderla. Fu così che le popolazioni della valle sostituirono la processione al passo con quella alla chiesa di Antillone all’interno della quale fu dipinto un affresco con l’immagine di S. Gottardo.

Ospitalità al San Gottardo

Ho trovato i Cappuccini sempre ospitali e molto disponibili verso i viaggiatori. Si stanno abituando ad accogliere stranieri che studiano le montagne. Al mio primo viaggio, nel 1775, credevano fossimo colti da una sorta di follia. Riferirono a certi miei conoscenti, che passarono dopo di me, che parevo di buon carattere, ma erano dispiaciuti che fossi preda della ridicola mania di raccogliere tutte le pietre che incontravo, che me ne riempissi le tasche e le caricassi sui muli.

(Durante una visita successiva) Quando qualcuno sosta presso i cappuccini, essi non presentano il conto del servizio fornito, ma gli ospiti stessi ne valutano al momento il valore in ragione di quanto avrebbero pagato in un buon albergo e ciascuno lascia pubblicamente sul suo coperto la cifra per cui è tassato.

H. B. DE SAUSSURE - Voyage dans les Alpes, 4 voll.: I. Neuchatel 1779;  II Ginevra 1786,  III e IV Neuchatel 1796

Siamo alloggiati in un edificio abitato da due frati italiani del Convento dei Cappuccini di Milano, che accolgono tutti i viandanti che passano per queste regioni inospitali. Poiché uno dei frati era assente, mi fu destinata la sua camera da letto. Era una comoda stanzetta, dove un uomo poteva tranquillamente riposare anche senza essere un anacoreta. Così, dopo le fatiche del nostro viaggio, godetti la comodità della casa, giustamente soddisfatto e invidiato. Il locandiere imbastì una cena a base di deliziose trote, pescate nel vicino lago di Lucendro; cena arricchita da uova, latte, burro e formaggio eccellenti: tutti prodotti ricavati da questi luoghi desolati. Un piacevole fuoco riscaldò il nostro arrivo. Il freddo era intenso, vestito con una giacca di mezzo cammello, ero giunto alla casa gelato.

(Nel 1785) Arrivammo alla casa mentre il frate diceva la messa per un gruppo di venti persone; molte provenivano dalle alpi dei dintorni, dove badavano al bestiame bovino, per assistere al servizio divino, come erano soliti fare la domenica e nei giorni festivi. Il frate, di nome Francesco, alla conclusione della funzione, si premurò di ricevermi, manifestandomi grande soddisfazione; è molto conosciuto da tutti i viaggiatori che passano da questa via, poiché risiede in questo luogo solitario da oltre vent’anni. Rispetto alla mia precedente spedizione, trovai la casa ingrandita e resa molto spaziosa. Oggi infatti contiene, oltre a diversi soggiorni, cucine ed un appartamento per i custodi, nove piccole ma linde camere da letto destinate agli ospiti. La somma spesa ammonta già a 300 lire, in parte raccolte in vari distretti della Svizzera; ma ne occorrono altrettante per estinguere i debiti assunti nelle opere di ristrutturazione; somma che si spera di riuscire a raccogliere con una nuova colletta.

W. COXE - Sketches of the Natural, Civic, and Political State of Swisserland, Londra 1779-1796

Arrivammo all’ospizio dei cappuccini mentre cenavano; questa casa sembrerebbe, a prima vista, una imitazione dell’Ospizio del Gran San Bernardo; ma erroneamente, perché l’ospizio è composto da una semplice piccola cappella dove i passanti possono ascoltare la messa, nonché da una casa abitata da due frati, che non si dedicano a soccorrere i passanti, come sarebbe auspicabile, ma credono di aver assolto la loro vocazione una volta espletate le pratiche religiose. Di fianco all’ospizio, sorge un secondo edificio: una specie di albergo dove sostano i viaggiatori, peggiore di quello del Grimsel. Uno dei cappuccini parla il francese e l’italiano, l’altro il tedesco; conversando con il primo intorno ai diversi valichi alpini, gli decantai i pregi dell’Ospizio del Gran San Bernardo: “ può essere - mi rispose - ma il nostro è un ospizio d’anime”. Tale destinazione, tutta spirituale, rende però parecchio denaro, sia grazie alle collette che vengono fatte ogni anno, sia grazie alla generosità del Re di Francia. Oggi i frati del San Gottardo godono di buone rendite che utilizzano per ingrandire la loro casa, con lavori attualmente in corso: si spera che, accudite convenientemente le anime, pensino anche al benessere fisico dei viaggiatori. Il cappuccino francese, che ci parve conoscere le buone maniere, ebbe la cortesia di accompagnarci all’inizio della discesa verso l’Italia”.

M.T. BOURRIT - Description des Alpes Pennines et Rhetiennes, Ginevra, 2 vol. 1786

Il Ponte del Diavolo

Durante l’inverno spesso accade che il Ticino sia coperto di ghiaccio e neve, per cui la gente passa sul ghiaccio quasi fosse il ponte o perché non lo vede sotto il ghiaccio o perché cerca una scorciatoia: accade allora qualche volta che per l’insufficiente saldezza del ghiaccio molti corrano pericolo e finiscano annegati, uomini e bestie, nel Ticino. Salendo più su del ponte, non s’incontra ormai nessuna vegetazione ma pareti rocciose e precipizi coperti di neve, mentre la valle per cui si sale è strettissima. Lì, quando le nevi prendono a sciogliersi e a precipitare, il cammino diventa pericoloso, poiché dall’alto delle montagne cadono valanghe che travolgono i passanti.

Basta un nulla per smuovere le nevi; la voce o un grido appena un po’ alto dei viandanti, dicono, le mettono in moto col loro ripercuotersi. Sembra dunque che quel ponte del Ticino sia detto “tremulo” non perché sia lui a tremare, ma perché chi sale la montagna, lì giunto, comincia a tremare di paura.
Visto il pericolo incombente e sbigottito dalla vista stessa dell’orrido strapiombo della montagna, zitto zitto, tremando, passa oltre più in fretta che può. Anche le nevi danno l’impressione di tremare prima della caduta, e per il loro accumulo precipitano con tale impeto, che tutta la montagna trema agli urti.

Poi sull’altro versante s’incontra un altro punto irto di pericoli: la cosiddetta valle Inferna. Il luogo si trova al di sopra del villaggio urano di Silenen, presso il fiume Reuss ed il villaggio di Altdorf; lì c’è un ponte che chiamano Ponte di Satana o dell’Inferno.
Vi si sale dalla destra del fiume, per un sentiero così stretto che in alcuni punti fu necessario rompere il sasso per lasciare uno spazio sufficiente ai viandanti, mentre dall’altra parte la montagna si erge con una parete a picco.

La Reuss precipita fra i sassi con violento rimbombo; al di sopra del ponte si rovescia giù da una rupe altissima e spruzza per un gran tratto la parete circostante, tanto che sembrano pioggia le sue onde. Essendo poi la via dove si scende al ponte stretta e ripida, il cammino, già difficoltoso negli altri punti, lì diventa ancora e molto più pericoloso, quando d’inverno il terreno è reso sdrucciolevole dal ghiaccio. Così sovente chi vi transita, incapace di reggersi saldo sui piedi e di trovare un punto dove fissarsi, si siede sopra i vestiti o altri oggetti e si lascia andare lentamente come fanno i fanciulli.

IOSIA SIMLER - Commentario delle Alpi , 1574 - Trad. a cura di Carlo Carena, Dadò Editore, Locarno 1998

Diari di viaggio

Venendo da Altorf si sale per molte ore la valle della Reuss, che sempre più si ristringe, e sempre più le rupi addossate sopra le rupi vi si ergono altiere e minacciose, il nudo delle loro viscere ne si mostra dagli aperti fianchi; si passa il famoso Ponte cognominato del Diavolo (Teufels Brùcke); e si arriva a un monte attraversato che chiude il calle, e che toglierebbe il passaggio, se questo non fosse stato con studio e fatica immensa praticato dentro allo stesso macigno, il qual si vede maravigliosamente sforato da una parte all’altra. Ora sortendo da questo sforo largo sufficientemente ed alto per passarvi a cavallo, e lungo più di 200 piedi, tutto cieco, a riserva del lume debole, che vi dà un picciolo finestrello verso la metà, vi si apre l’anzidetta bellissima valle d’Orsera, piana, larga, e tutta pascoli deliziosi. Ho nominato il Ponte del Diavolo, che è di là del S. Gotardo poco sotto Orsera e il foro del monte. Non è questo il solo ponte arditamente gettato sopra la valle innabissata, e sorretto dal ceppo nudo, il qual faccia strada da un monte all’altro; ma egli è il più notabile e maraviglioso tra i molti di questo genere che s’incontrano in quel tremendo cammino, per la prospettiva terribile che offre sì da lontano che da vicino.

Qui può dirsi che segga come in suo trono la Deità del terrore. Nude rupi altissime soprastanti; strada, e ponte sopra la Reuss, che si sprofonda in un abisso spaventoso, sostenuti come per miracolo; di sopra il fiume medesimo formante una cascata lunga forse 300 piedi da un’altezza che perpendicolarmente presa è più di 100, cascata che si vede in distanza rovesciarsi sopra il ponte medesimo e lungo esso scorreme in parte le acque, in parte percuoter di quello il gran fianco arcuato, e quindi spezzate precipitar nel gorgo; tutto ciò unito insieme forma uno spettacolo, che invano mi sforzo di descrivere; spettacolo, che un essere sensibile e pensante mirar non può, per la prima volta almeno, senza tremare ed agghiacciare.

Alessandro Volta - Relazione al Conte di Firmian sul viaggio letterario in Svizzera, 1777 - Ibis, Como-Pavia 1991

Sabato 30 luglio 1796
Sabato abbiamo lasciato Ursteren (Andermatt n.d.r.) e la sua valle passando per il foro di Urner. Questo famoso foro dista una mezz’ora da Ursteren ed è costituito da una cupa volta rocciosa, lunga ottanta passi. Entrammo così in un ruvido ambiente roccioso che si innalza informe e morto sui due lati di un torrente selvaggio, la Reuss, e abbiamo capito quale sorpresa piacevole deve essere per i viaggiatori l’arrivare in questo deserto attraverso il buio del foro di Urner nella serena e verde vallata di Ursteren.

Presto giungemmo al famosissimo Ponte del diavolo, di cui ci ha sorpreso dapprima solo la fama e che necessariamente deve produrre un’impressione maggiore sui viaggiatori provenienti dal basso, i quali, da giù, sulla riva dell’impetuosa Reuss, tra le rocce scoscese non vedono più una via d’uscita e vedendo il ponte sospeso tra una roccia e l’altra sperano di trovare un passaggio su di esso.

Del resto è ampio abbastanza perché vi passi una piccola carrozza, un char à banc (calesse n.d.r.); l’una accanto all’altra, vi possono passare comodamente anche quattro persone ed esso non riserva assolutamente alcun pericolo. La Reuss vi precipita contro infuriando e schiumeggiando con impeto da un’altezza considerevole, in mezzo a rocce che contrastano il suo corso e forma una straordinaria cascata. Su entrambi i lati del letto della Reuss si innalzano verticali, informi, nude masse rocciose, su cui si scorge qua e là qualche piccola macchia verde, che viene faticosamente raggiunta per farvi il fieno. Qua e là si scorgono vette innevate. Contro queste rocce il vento spira e s’insinua ora da un lato ora dall’altro, ora in avanti, ora all’indietro; la strada petrosa è tutto un serpeggiare di curve.

GEORG. W.F. HEGEL - Diario di viaggio sulle Alpi Bernesi, 1796 - Traduzione di T. Cavallo, Ibis, Como-Pavia 1990


Oltre il Ponte del Diavolo, la strada attraversa il cosiddetto Buco d’Uri, una galleria di 64 metri di lunghezza aperta nel 1707 in sostituzione presumibilmente di una passerella addossata alla roccia.
In quest’area, così come nelle vicinanze di Andermatt, di Hospental e del passo di S. Gottardo sono state costruite importanti opere di fortificazione militare, segno evidente del ruolo di primo piano assegnato al San Gottardo nella pianificazione della difesa nazionale negli ultimi due secoli.

Prima di raggiungere Goschenen, stazione di imbocco del tunnel ferroviario e autostradale, dalla strada cantonale è visibile un ponte in pietra. Si tratta del ponte di Haderli o San Nicolao detto anche Ponte lungo ricostruito, nel tratto inferiore delle Gole della Schollenen, tra il 1649 e 1650 dopo i danni subiti dalla struttura preesistente a causa delle valanghe. Quello che ancora oggi si può vedere ed attraversare a piedi è il ponte seicentesco con la sua caratteristica struttura a schiena d’asino.

Attraversata la stretta valle della Reuss, la discesa conduce ad Altdorf, culla dell’indipendenza svizzera e città famosa per il suo legame con Guglielmo Tell, l’eroe nazionale della Confederazione.
Soli pochi chilometri ci separano dal pittoresco Lago dei Quattro Cantoni alla cui estremità occidentale sorge la città di Lucerna.


Febbraio 2026 - A cura di: Rosalba Franchi